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VIAGGIO NEI TERRITORI OCCUPATI

Se si ottiene l’ETA — quel visto che consente di superare il primo controllo prima di varcare la frontiera — non significa essere già dentro. C’è un secondo passaggio, più opaco e decisivo: quello che stabilisce la tua sorte. Dicono di non vestirsi “da attivisti” (ma cosa significa davvero?). Tutto deve apparire neutro. I telefoni devono essere svuotati: social bloccati, foto eliminate, account modificati, ogni traccia resa irrintracciabile. Come se la propria identità dovesse essere temporaneamente sospesa. Perché loro possono tutto. Possono perquisirti, interrogarti, trattenerti per ore — anche per un’intera giornata — negli hub aeroportuali o ai valichi di frontiera. Possono decidere se entrerai oppure no nei territori occupati. È un passaggio che si vive con un misto di adrenalina e speranza: la devastazione emotiva di chi viene respinto, la gioia trattenuta di chi riesce a passare. Sono questi i primi momenti del viaggio nei territori palestinesi, occupati illegalmente dallo Stato di Israele. Il muro compare lungo le strade, accompagnato da torrette di avvistamento, con soldati pronti a sparare. È alto, imponente, impossibile da ignorare. Israele lo ha presentato come una misura di sicurezza per i propri cittadini. Ma il muro è molto più di questo. È il primo segno tangibile dell’apartheid imposto ai palestinesi. Divide città, villaggi, strade. Separa le persone dalle loro famiglie, dai campi, dal lavoro. Incontrare il muro significa incontrare la prima, profonda vergogna di questo viaggio. Il nostro passaporto europeo è un privilegio. Ci apre strade che ad altri sono negate. Possiamo percorrere le bypass roads, quelle strade lisce, veloci, quasi autostrade, vietate alle auto con targa palestinese. Strade costruite per collegare colonie, che attraversano e spezzano i villaggi palestinesi, isolandoli gli uni dagli altri. Da una parte la libertà di movimento. Dall’altra, il confinamento. In Cisgiordania, anche le strade raccontano la separazione. Gli israeliani, con targhe gialle, possono andare ovunque. I palestinesi, con targhe bianche, no. Devono seguire percorsi obbligati, frammentati, spesso interrotti. E poi ci sono i checkpoint. Centinaia. Ovunque. Fissi, mobili, improvvisi. Non sono solo posti di controllo: sono attese, incertezze, paura. Aprono e chiudono senza preavviso. Senza spiegazioni. Senza urgenze che tengano. Neanche davanti a un’ambulanza. Neanche davanti a una donna che sta per partorire. È lì, davanti a una sbarra chiusa, che alcune donne danno alla luce i loro figli. Sull’asfalto. Aspettando un permesso che non arriva. Oggi, in Cisgiordania, i checkpoint sono più di 900. Novecento ostacoli tra una persona e la sua vita. Ore di attesa. A volte giorni. Giorni per percorrere pochi chilometri. Giorni per lavorare, per vedere un familiare, per raggiungere un ospedale. O, semplicemente, giorni persi. I checkpoint non controllano soltanto i corpi. Spezzano le relazioni, svuotano le vite, frammentano una società. Noi volontari scegliamo spesso di non usare le strade veloci. Viaggiamo sui pulmini palestinesi. Inevitabilmente lenti. Per fare 50 chilometri possono volerci otto ore. E quando un cancello si chiude davanti a te, capisci che potresti non arrivare mai. O che, quella notte, dormirai lì. Davanti a una barriera. Ci sono storie che restano addosso. Come quella donna che ha partorito davanti a un checkpoint, perché non le è stato permesso di passare. Non è un’eccezione. È una possibilità concreta. Dentro questo sistema vivono quasi 800.000 coloni. Insediamenti illegali secondo il diritto internazionale, ma protetti. Protetti mentre avanzano, mentre occupano, mentre attaccano. Noi siamo lì. Con i nostri occhi, i nostri corpi, le nostre telecamere, i nostri telefoni. Il nostro privilegio è non essere palestinesi. Possiamo vedere. Possiamo raccontare. La nostra presenza si chiama “interposizione nonviolenta”. Significa stare in mezzo. Proteggere con il corpo. Testimoniare. A volte basta. A volte la sola presenza ferma la violenza. Altre volte no. E allora veniamo colpiti anche noi. La Valle del Giordano. Masafer Yatta, a sud di Hebron. I villaggi intorno a Nablus e Ramallah. Le comunità di pastori. La violenza è ovunque. Gli attacchi aumentano. Sempre più frequenti. Sempre più violenti. Perché chi li compie sa di essere protetto. Protetto dai soldati. Protetto dall’impunità. Protetto da un mondo che guarda, ma non vede. O che vede, e sceglie di voltarsi dall’altra parte. E mentre il mondo continua a pronunciare parole come “tregua” e “pace”, qui la vita resta un inferno quotidiano che si trascina da decenni. E intanto, il progetto di espulsione e cancellazione avanza, senza tregua e senza pietà. Gaza è stata quasi cancellata. Una linea rossa che si sposta tra macerie e corpi, ridisegnando realtà è confini. La Cisgiordania si restringe, giorno dopo giorno. I coloni avanzano, occupano, prendono terra. I palestinesi vengono umiliati, disumanizzati, cacciati dalle proprie case. Ora dopo ora. Giorno dopo giorno. Un processo lento, ma implacabile. E tutto questo accade anche dentro il nostro silenzio. Dentro le nostre esitazioni. Dentro le nostre complicità. Un mondo intero che osserva, che non può più non sapere, ma che ancora non riesce a dire, con forza: fermiamoli.

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