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PERCHE? E ALCUNE RIFLESSIONI E OSSERVAZIONI

Buongiorno!

Molti di voi mi conoscono. È da una quindicina d’anni che vivo a Bovisa e, in questo lungo periodo, ho avuto modo di intrecciare relazioni con associazioni, realtà del territorio che, in  vario modo “lavorano” nei quartieri di Bovisa e Dergano.

I due quartieri sono effervescenti e ricchi di iniziative sociali, culturali, “politiche”, istituzionali, che si dipanano e si attivano nel territorio, messe in campo con scopi aggregativi, di partecipazione attiva, sia portati avanti da associazioni, gruppi, che da singoli, che privilegiano il “bene comune” e la qualità della vita degli abitanti, nonché i valori democratici e di condivisione di una convivenza civile e armoniosa.

Sono stati oggetto però – e in parte lo sono ancora – di profonde trasformazioni urbanistiche che, in modo più o meno rilevante, negli ultimi 15 – 20 anni, ne hanno modificato la natura originaria, anche arrivando a snaturarla, a quella “gentrificazione” che è il frutto di processi edificativi non governati dalle politiche comunali, ma lasciati alla speculazione finanziaria e alla finanziarizzazione dello sviluppo edilizio della città nel suo insieme.

Questa “contraddizione” – se vogliamo chiamarla solo così – in campo edilizio-urbanistico, nel piccolo, cioè nel nostro territorio, la si percepisce anche tra le associazioni, gli imprenditori, con interessi “economici” – a volte obbligati da una gestione “in regola”, insomma che devono far quadrare i conti – che limita l’accesso ai luoghi di aggregazione, ne esclude “una parte”, a volte respinge.

Da queste suggestioni, da queste constatazioni, nasce un po’ l’idea di queste pagine, per cercare di mettere in dialogo i tanti che, politicamente, associativamente, imprenditorialmente, pur condividendo gli stessi ideali, sono “costretti” a comportamenti diversi dall’inclusione, ma dettati da costrizioni di bilancio.

Queste pagine vorrebbero essere uno scambio,  con interventi o  suggerimenti scritti, che creino dibattito, condivisione, obbiettivi, proposte. L’idea di “costruire” una “massa critica” inclusiva, che sia in grado di essere riconosciuta, che possa avere un peso nella gestione e nello sviluppo del territorio, che ne possa rivendicare gli orientamenti e le trasformazioni.

Il titolo, nasce da una “fulminante” idea del presidente dell‘ANPI di Dergano, – a ui devo rendere pubblicamente merito – che in una sera della scorsa estate, mentre con un gruppetto della sezione, presidiavamo “un po’” la piazza – che è uno spazio di socialità – ma che subisce qualche frequentazione non proprio consona, se ne uscì con: “La libera repubblica di Dergano”, per “titolare” quella nostra presenza.

Il riferimento ha due connotazioni non secondarie: una storica – La libera repubblica dell’Ossola – che ancora nel periodo dello stupro fascista e nazista della nostra Italia, visse una stagione di democrazia e libertà.

La seconda è la Costituzione. Non attuata per quanto riguarda la sanità, il lavoro, la casa, la scuola; l’imposizione fiscale, il ripudio della guerra, solo per citare i capitoli più attuali.

Pensate a quanto sarebbe più armoniosa, più facile, più soddisfacente, la vita di noi tutti, se si realizzassero appieno i dettami scritti dai nostri Padri Costituenti?

Allora, perché non pensare di immaginare e di lavorare per portare quei valori e quei principi, per quanto possibile, nella vita quotidiana delle persone nei nostri territori?

Qualcuno mi prenderà per un visionario, per un eterno illuso, per un sognatore, ma questa è la mia speranza, che vorrei condividere, a partire da queste pagine.

Ma veniamo ai fatti, così forse mi faccio capire meglio.

Piazza Dergano e la presenza di Polizia e Carabinieri, con quel presidio fisso.

Risultato: piazza svuotata – anche da quei “chiacchieroni” che non ricordano i cartelli “Non si affitta ai meridionali”. Qualche furto in appartamenti nel quartiere; qualche strappo di collanine; lo spaccio spostato di cinquecento metri, nei giardinetti di via Guicciardi.

A che serve allora quel presidio? È solo un’operazione di facciata, inutile e costosa.

Forse chi ne è rassicurato, non vuole vedere “stranieri” seduti sulle panchine? Quanto sarebbe più utile se ci si parlasse e si condividessero conoscenza e idee. Così si renderebbero i luoghi più sicuri e vivibili.

La conoscenza dell’altro arricchisce e crea relazione ed inclusione, come recita l’art. 3 della nostra Costituzione: “Sancisce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali”…

Articolo 3 – Costituzione Italiana

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

“Via Dolce Via” non è l’inizio di un lavoro in questo senso? Non è forse un “occupare” fisicamente uno spazio per renderlo vivo, condivisibile, sicuro, con i bambini e le famiglie che ci scorazzano, con le associazioni e le attività che si promuovono, la musica, la cena comune, il ballo per la strada?

E lì non credete che ci sia ancora da lavorarci, come organizzazione, per mettere insieme qualche associazione assente – proprio quella che si occupa di integrazione – qualche artigiano non presente che – è vero che non si può vendere – ma avrebbe arricchito la vetrina di chi si muove e c’è nel nostro territorio?

Sia chiaro, non ne do responsabilità agli organizzatori, ma quelle domande me le farei, per capire se non c’è condivisione, ci sono problemi organizzativi o quant’altro, perché se si vuole davvero “rappresentare” le anime dei quartieri, bisognerebbe trovare il modo di portarci tutti. Che è un segnale culturale, politico, di integrazione, di quella società a cui aspiriamo.

Certo, ci sono anche problemi di gestione “economica” che limitano ed “escludono”, allontanano.

Pensiamo a “Nuovo Armenia”. Un programma cinematografico soprattutto, ma anche musicale, che ci porta sotto casa le produzioni del mondo. Spesso la cinematografia dei luoghi e dei popoli che sono oppressi, martoriati, che vivono guerre, carestie, vita grama insomma.

Ci sono i rappresentanti di quei paesi, i registi, i musicisti, gli attivisti che spiegano, intervengono, partecipano.

Ma una birra costa 6 euro e un aperitivo alcolico 8. Il cibo, pur ottimo, costa di più di una pizza. Non tanto diverso da molti esercizi commerciali nelle zone della movida.

Allora quel luogo diventa un “enclave” di un pubblico “privilegiato” che esclude, allontana una parte più “popolare” di persone che vivono nei nostri quartieri. Gli stessi “stranieri” di cui si racconta nei film.

So bene che questo fatto è ben presente in chi gestisce quel luogo, ed è un cruccio, un peso.

M bisogna far tornare i conti: pagare il personale “in regola”, le bollette dei consumi, e quant’altro.

Accantonare i fondi per fare interventi sulla struttura, che diciamo, non era proprio in ordine.

Il Comune, quando ha assegnato quel luogo, ha condizionato l’assegnazione alla ristrutturazione dello stesso.

Quindi tutta la gestione risente di un “peso” economico dal quale non ci si può sottrarre.

Allora, forse, il Comune dovrebbe ripensare a quei bandi. Dovrebbe in qualche misura intervenire per “favorire” quelle attività, che sono preziose all’interno dei quartieri, realizzando e animando gli stessi con attività culturali che, diversamente, lo stesso Comune non sarebbe in grado di proporre con la stessa continuità e presenza.

La stessa cosa si può dire per Rob De Matt che, in maniera diversa, propone, anima, iniziative di carattere sociale, culturale, politico.

Ma il problema di “gestione economica” è lo stesso: la birra costa sempre 6 euro.

Per paradosso, pur essendo una gestione completamente privata, si potrebbe dire lo stesso dello Spirit De Milan.

Un’attività che ha promosso musica di pregevole livello e di qualità, riconosciuta ben al di là del confini milanesi e della città metropolitana.

Ora è chiuso, perché la proprietà Livellara ha deciso di vendere a Catella, che vuole abbattere tutto e costruirci degli studentati. L’affare della speculazione edilizia di questo momento.

Venite in Bovisa a vedere i giovani e le giovani di provenienza americana che, a sera, corrono a fianco del traffico su via Bovisasca – fanno jogging respirando scarichi di auto in coda – che abitano negli studentati di Durando e piazza Alfieri, a 1.200 euro al mese di affitto.

Studentati costruiti in altezza – peraltro non tanto diversi da casermoni – senza posteggi interrati, o con posteggi privati a prezzi di mercato.

E, naturalmente, senza un minimo di verde, tantomeno pubblico.

Ma di questo ne dirò più avanti.

Lo Spirit, dicevo, è stato luogo comunque, dove il gestore ha aperto una serata per concerti jazz, dove si poteva accedere senza pagare ingresso e stare senza obbligo di consumazione.

Ora si pensa di chiedere alla Soprintendenza un vincolo per il valore storico ed architettonico dello stabile, sperticandosi in riconoscimenti istituzionali di grande apprezzamento dell’attività.

Ma non si poteva pensarci prima? Non si poteva chiedere inoltre, da parte del Comune/Municipio, l’apertura di un palco, un giorno al mese, per promuovere le giovani generazioni di musicisti, chiedendo che i gestori favorissero un accesso gratuito e il costo di una birra a 4 euro?

Non si sarebbe creato anche un ulteriore vincolo alla proprietà Livellara, perché potesse pensare di non vendere a Catella?

Forse no?! I quattrini sono una bella tentazione, al di là del contesto in cui sei,  del valore dell’attività che si svolge nella tua proprietà e della tua storia manifatturiera.

Dicevo del verde. In particolare del verde pubblico.

Dergano, tutto sommato, ha una serie di parchi, più o meno grandi, che sono  presenti nel suo territorio. Poi c’è il problema della manutenzione, ma questa è una carenza che si trascina da anni, stagione dopo stagione.

C’è poi quel piccolo “campetto da calcio”, che sta a ridosso della sede del Municipio, in via Guerzoni, che sembra più che altro un circuito di montagne russe, che meriterebbe certamente più attenzione. Sarebbe l’unico campo pubblico della zona. Ma tant’è! Se son rose, fioriranno?

Non è che non c’è, in ogni modo, una richiesta di implementazione da parte degli abitanti. Anzi, il tema è sentito.

Cosiccome è sentita la necessità, ripetutamente richiesta dai cittadini, di servizi igienici nel parco Pagani. Anche perché lo stesso in primavera-estate, nei fine settimana in particolare, è frequentato dalla comunità filippina, che tiene ”allegramente” svegli gli abitanti delle case che li si affacciano, fino ad ore tarde della notte, con musica, vociare, schiamazzi. Non se ne esce da questo uso, diciamo, improprio.

Anche qui, se son rose, fioriranno?

Bovisa invece è un deserto.

Il verde pubblico è un sogno. In Comune pensano che l’area verde della Goccia, sia il verde di pertinenza. Peccato che ci sia di mezzo la ferrovia tra Bovisa e la Goccia.

Tra l’altro, il campus del Politecnico, che è anch’esso al di la dei binari, è di recente realizzazione, con alberature ancora giovani. E lì inoltre, gli sport accessibili hanno costi da palestra privata, tipo Virgin.

C’è il terreno che corre da piazza Alfieri fino alla Livellara, tra via Bovisasca e la ferrovia, che era stato interessato da un progetto di Reinventing Cities, ma che è stato annullato per mancanza di fondi.

Quel terreno è super-inquinato, tant’è che per costruire immaginavano di tombare. Non interessa nemmeno a Catella,. Chissà perché?

Non potrebbe essere “bonificato” tramite una piantumazione specifica?

I tempi di bonifica non sono certo brevi. E nemmeno potrebbe essere utilizzato dalla popolazione per passeggiare. Ma sarebbe comunque un polmone verde.

Hanno ripavimentato via Andreoli, diventata pedonale – un progetto di dieci anni orsono – Ma verde niente! Ora sembra che si stiano cercando privati per realizzare fioriere o appendere vele per mitigare quel forno che è diventata.

Nella stessa maniera i lavori di prolungamento dei binari del tram 2 e l’incrocio del tram 7 – peraltro realizzati senza una comunicazione idonea agli abitanti delle vie interessate – hanno trasformato via Brofferio e via Durando in altre isole di calore. Insomma niente verde pubblico.

Mi domando, tra l’altro, se tutto ciò va bene al Politecnico Design, che è prospiciente a quelle vie. Possibile che non abbiano avuto voce in capitolo e non abbiano ipotizzato un inserimento di piantumazione sui marciapiedi molto ampi, che oltretutto sottraggono posteggi. Le auto, pur non essendo io un sostenitore del traffico veicolare, non è che un cittadino la può posteggiare tra le quattro pareti di casa.

Ma qui ci sarebbe da ragionare e considerare il fatto che ci siano oltre un milione di auto che entrano in città ogni giorno, per chi deve venirci a lavorare o a studiare. E il cosiddetto piano “Aria clima” del Comune di Milano, non ha certo risolto il problema, Anzi!

I cittadini di Bovisa, tramite BovisAttiva – un’associazione di cittadinanza – da oramai un anno stanno chiedendo alle istituzioni più verde pubblico, in un quartiere che ne è proprio privo. D’altro canto basta guardare le condizioni delle aiuole che circondano la triste fontana di piazzale Bausan.

Ritornando al Politecnico Design, vi racconto un mio “sogno”.

Anni fa, in un pomeriggio assolato, passando a fianco del Politecnico Design, in via Schiaffino – quella stretta vietta che è un museo di arte contemporanea a cielo aperto, con interventi di numerosi artisti di murali, alcuni dei quali davvero pregevoli – guardavo i tetti dei capannoni della ex Ceretti & Tanfani, dove si è insediato ed ho immaginato che potessero essere ricoperti di pannelli solari, creando una grande “Comunità energetica” che fornisse energia a tutto il quartiere e, forse, anche oltre.

Ci abbiamo provato a parlarne col Politecnico, ma la cosa, fondamentalmente per mancanza di fondi “pubblici” è sfociata in un nulla di fatto.

Il costo dell’energia è uno dei più alti in Europa. E pesa sulle bollette di ognuno di noi. Non sarebbe dunque una necessità fare investimenti pubblici e, perché no, privati, per provvedere, dove ce ne siano le condizioni, a creare fonti di produzione che ne abbassino il prezzo?

Chi, se non l’istituzione, il Comune, dovrebbe agire e spingere in questa direzione?

Ma anche qui, se son rose, fioriranno?

Se vi capitasse di voler realizzare un’iniziativa in uno spazio pubblico, a Dergano e Bovisa non ce ne sono.

O meglio, salvo qualche disponibilità della Biblioteca di via Baldinucci, non ce ne sono proprio.

In realtà a Degano dovrebbe esserci Villa Taverna, diventata “Casa di quartiere” con una delibera comunale. La delibera prevederebbe che all’interno degli spazi della Casa di quartiere, possano-debbano poterci andare dai giovani, agli anziani, alle associazioni.

Niente di tutto ciò! È “chiusa” ed usata da un piccolo gruppo di anziani, che ci vanno a giocare a carte e, qualche volta, si dilettano con qualche serata danzante. Hanno anche un campo da bocce che sta lentamente deteriorandosi, mai usato. E dopo la trasformazione della Bocciofila di via Candiani in campi da Padel, sarebbe l’unico campo “pubblico” per chi è appassionato di quel gioco.

Gli altri anziani del quartiere si trovano in piazza Dergano a chiacchierare; i giovani se ne devono andare altrove; le associazioni hanno spazi contingentati e concessi con molta fatica.

Non se ne viene a capo di una gestione quasi da club privato.

Anche qui: se son rose, fioriranno?

Non parliamo di Bovisa.

Non solo non ci sono spazi pubblici, ma non è stato concesso l’uso di un locale pubblico sequestrato alla mafia, in via Massara De Capitani, per farci un “presidio sanitario”.

Bovisa è l’unico territorio del Municipio 9 sprovvisto almeno di un tale servizio.

BovisAttiva, raccogliendo l’adesione di molti cittadini, è riuscita, con l’aiuto determinante del Municipio 9, a far vincolare dalla Soprintendenza Villa Pogliani, venduta dalla proprietà a Lidl, che la voleva trasformare nell’ennesimo supermercato.

Sarebbe utilissima se diventasse uno spazio pubblico, per anziani, giovani, e attività associative, nonché per avere il presidio sanitario.

Ma si deve aspettare il ricorso al Tar – non se ne conosce la tempistica –  da parte di Lidl, contro il vincolo della Soprintendenza.

Anche qui: se son rose, fioriranno?

Ci sarebbe poi da capire meglio la politica di gestione delle cooperative a proprietà indivisa, che sono presenti sia a Dergano (Abitare società cooperativa: la più grande in Europa) che a Bovisa.

Il presidente di Abitare Società Cooperativa, Silvio Ostoni, si è reso disponibile a raccontarmi i dettagli.

Vorrei fare lo stesso con il presidente della Società Cooperativa Edificatrice Bovisa, Renzo Castellani.

In particolare mi lascia perplesso la gestione del Circolo di via Mercantini, quasi sempre vuoto, salvo qualche festa di compleanno privata, o iniziativa sporadica, quando non c’è locale attorno a piazza Bausan e a piazza Alfieri, che non sia pieno, all’ora di pranzo, di studenti e operai dei cantieri lì intorno.

Non capisco poi il lasciare vuoto quel grande spazio che affaccia sul portico di via Broglio, sostanzialmente inutilizzato.

Ci saranno delle ragioni che non conosco!

Ma mi piacerebbe parlare anche con i gestori o proprietari di alcuni locali che vanno per la maggiore: “Urban Garden” di via Broglio, o “Todo Modo” di via Andreoli. Poi ci sono anche altri, certo.

Ne capisco il loro orientamento fondamentalmente commerciale, ma rispetto alle trasformazioni del quartiere, mi piacerebbe sapere come si pongono. Se hanno delle esigenze, se vivono la mancanza di verde pubblico. Insomma come interagiscono o vorrebbero interagire con gli abitanti del quartiere.

Richiamando il fatto della mancanza di un “Presidio sanitario” in Bovisa, vi voglio raccontare che nel nostro Municipio è nato, da quasi due anni, il “Comitato per la salute pubblica del Municipio 9”.

Il Comitato ha aperto due “Sportelli salute”, che sono gestiti da volontari e che sono ad accesso gratuito, per richiedere visite ed esami nei tempi previsti dalle ricette dei medici di base, superando i tempi infiniti delle liste d’attesa del servizio sanitario regionale.

Gli Sportelli sono:

  • Affori, via Astesani 27, il mercoledì dalle 10 alle 12.
  • Niguarda, via Hermada 8, il giovedì dalle 10 alle 12.

Il Comitato, tramite i sindacati confederali dei pensionati, ha creato dei piccoli gruppi di cittadini che monitorano i servizi disponibili nelle “Case di Comunità” territoriali, che sono al momento tre, presenti nel territorio del Municipio 9: Via Livigno; angolo viale Jenner, a Dergano; Villa Marelli, in viale Zara; Ippocrate in via Ippocrate, dove c’era l’ex Ospedale Paolo Pini.

Il Comitato ha recentemente verificato che i Servizi delle Case di Comunità, pubblicizzati sul sito dell’ASST Niguarda, che ha la competenza delle stesse, sono deficitari e con errori ed omissioni, facendolo presente ai dirigenti di ASST.

Il Comitato inoltre, tramite un suo gruppo di lavoro sugli anziani, ha rilevato le esigenze di quella popolazione del nostro Municipio 9, arrivando alla conclusione che ci sia la necessità di istituire un “Consultorio geriatrico”.

Purtroppo, la dirigenza di ASST Niguarda, dopo aver collocato un geriatra a Villa Marelli, nello scorso anno, mettendolo però a fare vaccinazioni, ha perso quel professionista, che se ne è andato.

Ora la dirigente dell’ASST Niguarda, in un recente incontro pubblico, ci ha raccontato che Niguarda “non è accreditata in Regione” per fornire quel servizio.

Sarà la battaglia principale del Comitato, subito dopo l’estate.

Vi racconto, per finire questa lunga digressione basata sulle cose che interessano, chi più chi meno, le nostre vite, un fatto positivo, accaduto in riferimento al progetto di riedificazione e sistemazione di piazzale Lugano, dove esisteva il vecchio palazzo delle Poste, accostato ai binari della ferrovia.

Il cantiere, così come era stato previsto inizialmente, avrebbe comportato il traffico veicolare degli automezzi allo stesso, sottraendo posteggi agli abitanti di piazzale Lugano, usando poi per il deflusso dal cantiere la via Calabria, abbattendo 20 alberi su viale Bodio, con un impianto semaforico, proprio di fronte all’ingresso della scuola primaria Giacomo Leopardi, del comprensorio scolastico Ermanno Olmi.

L’intervento dei cittadini di Piazzale Lugano, in associazione con BovisAttiva, e con l’appoggio dell’assessorato all’urbanistica del Municipio 9 (Mario Esposito ed Andrea Motta) hanno interloquito e discusso con l’assessorato all’urbanistica del Comune di Milano, trovando, nella viabilità che sarà definitiva dopo i lavori del cantiere, la soluzione che, tra l’altro, ha evitato l’abbattimento degli alberi e l’ulteriore interruzione semaforica su viale Bodio.

In estrema sintesi questi i fatti.

Ma allora, nel momento in cui l’Amministrazione comunale, coprogetta gli interventi concordandoli con i cittadini, le soluzioni si possono trovare.

Non è forse questa la strada da perseguire?

Non sono forse queste le competenze da attribuire ai Municipi, per avere interventi sul territorio che compenetrino le esigenze di tutti?

Peraltro, se guardiamo a Barcellona e Parigi, le due città hanno avuto grandi risultati nella gestione e nel disegno del territorio, coprogettando con la cittadinanza gli interventi da fare, sia per il verde pubblico, che per il traffico veicolare, che per la vivibilità dei loro quartieri.

Allora, perché a Milano non se ne vuole parlare?

C’è forse un sovrano che sa e vuole gestire solo in ragione della sua idea?

E questo vale per qualunque primo cittadino.

Nella stessa misura vale per assessori, presidenti di Municipi, consiglieri comunali e quanti altri nelle e delle istituzioni.

La città si disegna o ridisegna in un confronto e in una coprogettazione con la cittadinanza.

Ma le competenze?

Dobbiamo proprio parlare delle competenze di chi sta dentro gli assessorati, o nella giunta?

Gli indirizzi generali e particolari della politica, devono interfacciarsi con la cittadinanza – che di competenze ne ha in abbondanza –  Così magari, potremmo parlare delle città a 15 minuti, dei trasporti, o della casa e del verde pubblico.

Se questa non è solo una speranza, ma concretamente riesce a mettere in relazione cittadini, associazioni, istituzioni, forse qualche passo in avanti si può immaginare.

Questo spazio, che apparentemente in questo mio lungo scritto – Lo so, scrivo sempre troppo! Me lo dicono in tanti – potrebbe sembrare un elenco di criticità, di problemi, delle sole cose che prevalentemente non funzionano, vorrebbe invece essere l’inizio di incontri, di idee, di proposte, di lavoro comune.

Certo è fatica! Ma credo sia anche necessario.

So, tra l’altro, di non aver citato altro e altri, che avrebbero ben il diritto di essere coinvolti, associazioni anche importanti, che fanno un lavoro  pregevole sul territorio, occupandosi di diritti, di assistenza, di cultura, di sport, di artigianato, di commercio, e davvero di tanto altro.

Perdonatemi per questo! Non vorrei però scrivere un elenco telefonico.

Mi limito a proporre alcune proposte – se volete mie personali – che ritengo possano essere obbiettivi da perseguire. Poi ognuno di voi avrà le sue e vorrei che le condividesse qui, in queste pagine scritte.

Tra via Bovisasca e via Donadoni, verso via Morghen, c’è un terreno di proprietà comunale, messo a disposizione per costruire housing sociale (quelle case messe in affitto a 80 euro a metro quadro all’anno).

Perché non “sperimentare” la costruzione di una “Cohousing”, per dare un. Indirizzo e un’attenzione significativa alle nuove costruzioni del Comune di Milano? Non risponderebbe a bisogni, per certi versi ad emergenze della società?

Alla periferia nord del nostro Municipio, ci sono una serie di aziende agricole che producono dalle uova, al pollame, alla verdura e alla frutta.

Perché allora non “costruire” rapporti di uno dei diversi GAS (Gruppi di acquisto solidali) o di un esercizio commerciale esistente, per avere prezzi più accessibili? O perché non immaginare di fare un mercato con cadenza mensile di questi agricoltori?

Certo, non voglio immaginare che se ne faccia carico l’amministrazione comunale, creando dei punti vendita gestiti dalla stessa, A New York il sindaco Mandani li vorrebbe realizzare, per abbassare i prezzi dei generi alimentari.

Perché poi non aprire queste pagine a chi scrive di poesia, o scrive romanzi o… per pubblicare qualche cosa, che poi magari, tramite chi professionalmente si occupa di editoria, di libri, non trova il modo di pubblicare e di finire tra gli scaffali di una libreria?

Mi fermo qui.

Mi potrete bonariamente mandare al diavolo – e lo accetto anche – ma pensate di esserci, di dire la vostra, di lavorare per il bene comune, per il bene di tutti.

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Devo ringraziare per questa pubblicazione chi mi ha supportato e sopportato, in questi mesi di gestazione: Matteo Bernecoli – Matt Texal, che ha curato gli aspetti tecnici e la grafica, volutamente semplice.

Poi un invito: se qualcuna o qualcuno avesse interesse a far parte del Comitato di Redazione, si faccia avanti, che è ben accetto.

Questo è il “Numero Zero”. Il “Numero Uno” sarà edito il prossimo settembre/ottobre.

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