Chaha quel giorno era agitatissimo… Doveva partire con sua madre e suo padre per un lungo viaggio in aereo verso un paese a lui sconosciuto; da quello che aveva capito doveva chiamarsi Italia.
Ma… un momento…partiamo con ordine… non vi ho presentato ancora Chaha!
Chi è questo bambino dal nome così strano? Strano? Prima di tutto bisogna dire che il nome ci sembra strano perché siamo abituati a chiamarci, che so io, Andrea, Matteo o Fabio oppure Susanna, Silvia o Paola, ma nel Paese dove viveva Chaha, se uno si fosse chiamato per esempio Franco, a tutti sarebbe sembrato strano e di difficile comprensione e pronuncia…
Chaha viveva in un Paese chiamato Botswana che si trova in un continente che si chiama Africa.
Quante cose difficili! La stessa cosa era successa a Chaha quando aveva chiesto a sua madre che cosa fosse l’Italia, la madre aveva detto che l’Italia era un Paese che si trovava in un continente che si chiamava Europa…
Quando Chaha aveva chiesto cosa volesse dire “continente”, la madre aveva spiegato che il mondo era fatto di mare e di terra ferma e che le grosse aree di terra divise dai mari venivano chiamati continenti e che, per esempio, il loro continente era l’Africa; la mamma precisò anche che fra un continente e l’altro c’erano tante differenze…
Per esempio in Europa la maggior parte delle persone erano bianche, in Africa nere e che in Asia, che era il continente più grande, c’erano molte persone dalla pelle gialla e che nel continente americano vivevano delle persone dalla pelle rossa e che questa diversità rendeva il mondo ancora più colorato e bello.
Ritorniamo alla nostra storia.
Il viaggio aereo per Chaha (era la prima volta) fu molto emozionante; si era seduto vicino al finestrino per non perdersi lo spettacolo… dapprima vide rimpicciolirsi adagio adagio le case, gli alberi e poi vide dall’alto i monti, i laghi, i fiumi ed anche il mare e cominciò finalmente a capire cosa volesse dire “continente”. S’accorse che le immagini che vedeva cominciavano ad assomigliare alla mappa del mondo che sua mamma gli aveva mostrato.
Dopo, con sua grande meraviglia, l’aereo andò sopra le nuvole… potete immaginare la contentezza di Chaha, che si divertì a fantasticare un sacco di storie.
Non s’accorse neanche della lunghezza del viaggio; arrivarono all’aeroporto di una città di nome Roma.
Qui si ritrovò con la prima delusione; la gente parlava e lui non capiva niente… eppure era andato a lezione d’italiano prima della partenza e pensava fosse sufficiente per cavarsela… ma la gente parlava troppo velocemente, la maggior parte con un accento che non conosceva e poi aveva visto qualche bianco nel suo paese, ma vederne così tanti, tutti assieme, lo impressionò tantissimo… si sentì d’improvviso la voglia di tornare indietro al suo paese e dai suoi amici e tutto il suo entusiasmo per le cose nuove che aveva visto, svanì… e si mise a piangere a dirotto…
Suo padre gli spiegò che si erano dovuti trasferire perché lui aveva trovato un lavoro per due anni in un’ azienda italiana, che poi avrebbe aperto una filiale in Botswana, con l’intenzione di affidarla a lui; e così sarebbero tornati al loro paese e avrebbe potuto raccontare ai suoi amici le cose nuove e diverse che aveva affrontato in Italia; e poi gli promise solennemente, incoraggiandolo, che non lo avrebbe lasciato solo in caso di difficoltà.
Passato un mese andò a scuola. La maestra lo presentò ai suoi compagni e ci fu qualcuno che si mise a sogghignare, pronto a prenderlo in giro, quando pronunciò il suo nome: Moleleki Chaha Svelenami ed anche per il colore della pelle nerissima.
La maestra, accortasi subito di questo, prese per mano il timido Moleleki Chaha, e disse: “adesso Chaha ci racconterà del suo Paese e della sua famiglia per farsi conoscere meglio, ma voglio ricordare ad alcuni di voi, che se vi capitasse di entrare in una scuola in Africa, il vostro nome sembrerebbe molto strano ed il colore della vostra pelle vi farebbe assomigliare a dei malati anemici… e se qualcuno degli studenti si mettesse a ridacchiare, rimarreste molto male e vi sentireste molto soli! Adesso, sentiamo cosa ci racconta Chaha.
Chaha descrisse le bellezze e le meraviglie del suo paese, nel suo stentato italiano con molto amore e con la bocca e gli occhi sorridenti.
Raccontò delle famose e bellissime alture di Tsodila con i disegni primitivi di animali incisi sulle rocce e quelle altrettanto belle di Tswapong, del delta dell’Okavango, dei parchi naturali, del deserto riserva di Kalahari, ma anche della capitale Gaborone, piccola città ma con molta energia e voglia di crescita.
Raccontò della inimmaginabile varietà degli animali che si potevano vedere e della bellezza degli uccelli con i loro colori variegati ed anche della bellissima vegetazione.
Più ne parlava e più gli veniva da raccontare…
I ragazzi lo ascoltarono in silenzio e con curiosità, cogliendo l’amore che sentiva per il suo Paese e gli fecero molte domande, soprattutto sugli animali selvaggi liberi e risero della descrizione delle sfide degli ippopotami che prima eventualmente di battersi, facevano dei salti in acqua per mostrare chi era più grande dell’altro…
Alla fine la maestra disse:
– Ragazzi, oggi avete imparato forse la lezione più importante della vostra vita. Infatti avete imparato che è bello essere curiosi e apprezzare chi è diverso da noi, perché la conoscenza delle differenze è una ricchezza incalcolabile.
Maya ed Arturo che erano stati i primi a criticare Franco (il quale aveva chiesto scusa a Chaha e gli aveva fatto un sacco di domande), sorrisero dicendo che magari sarebbe stato bello andare tutti una volta in Botswana e lo invitarono a casa loro.
Chaha era molto contento ed accettò volentieri l’invito, diventando in poco tempo loro amico.
Sabetay Fresko
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