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A PROPOSITO DI SIONISMO

Come sappiamo ci sono opinioni diverse e contraddittorie, di ieri e di oggi, sul senso e sul significato della parola Sionismo e ritengo possa aiutare una riflessione al riguardo che vuole essere anche un invito alla meditazione per chi affronta questo argomento con superficialità.

Le considerazioni qui di seguito mirano soprattutto a chiedersi se sia davvero utile oggi parlare di sionismo o antisionismo, indipendentemente dal fatto che il termine Sionismo, utilizzato attualmente nei diversi contesti sia dalla destra in Israele che in diaspora, probabilmente non abbia nulla a che fare con il Sionismo iniziale, che pure come si vedrà, aveva le sue lacune.

Abraham B. Yehoshua che, come possibile soluzione al conflitto, nel suo ultimo periodo, ha sostenuto un unico stato bi-nazionale per israeliani e palestinesi, scriveva: “Non esiste termine più confuso di ‘sionista’ o ‘sionismo’. C’è chi parla in nome di un sionismo ‘vero’ e chi in nome di un sionismo ‘umano’, oppure ‘grande’ o ancora ‘originale’. Gli uni accusano gli altri di ‘antisionismo’ e gli altri gli imputano un sionismo ‘fascista’. Di fatto: “La questione, come vediamo, suscita molta confusione e perplessità. La perplessità è frutto molto spesso di un miscuglio di descrizioni di fatti storici da una parte e, dall’altra, di una posizione che risulta da una valutazione della natura del comportamento nei confronti della realtà…”

Rabbi Judah Leon Magnes, un leader dell’ebraismo riformato, ha incarnato un sionismo profondamente democratico e esclusivo ed è stato, anche lui, un sostenitore di uno stato arabo-ebraico bi-nazionalista. Magnes, in particolare, nel 1922 scelse di immigrare nella Palestina Mandataria, ricoprendo la carica del primo cancelliere e poi nel 1925 di presidente dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Apprezzava questo suo incarico perché considerava l’università il luogo ideale per incoraggiare e favorire la cooperazione tra arabi e ebrei, che divenne la passione di tutta la sua vita. Nel 1929, infatti, mentre le rivolte portavano allo spargimento di sangue in tutta la Palestina, Magnes chiese una soluzione bi-nazionale ma venne deriso e snobbato. La soluzione bi-nazionale sostiene la creazione di un unico stato in Israele e Palestina, in cui agli abitanti di tutte le etnie e religioni siano garantiti uguali diritti, cittadinanza e autonomia di fronte alla legge.

Oggi però, in nome del sionismo, il governo israeliano, di stampo chiaramente fascista, è composto, oltre che da un primo ministro criminale come Netanyahu anche da una fronda di ultra ortodossi fanatici che parlano di ‘terra promessa’ e di una ‘grande Israele dal fiume al mare’, (non differente dagli obiettivi di Hamas, che è l’altra faccia della stessa medaglia), e dai Coloni che, armati dal governo stesso, occupano illegalmente territori appartenenti ai palestinesi, che devono lasciare le proprie terre e case, tirate giù dalle ruspe, per lasciare posto al progetto di occupazione (finalizzato appunto alla ‘Grande Israele dal fiume al mare’), e ai sogni di una ‘Gaza Beach’.

Come si vede, il primo Sionismo era ben lontano da questa interpretazione, anche se con alcuni limiti, ma inizialmente rappresentava l’esigenza degli Ebrei, perseguitati per migliaia di anni, di trovare una Terra dove creare uno Stato in cui vivere in pace. Una Terra che, addirittura e secondo alcuni, essendo nella maggior parte laici e non religiosi, non necessariamente doveva essere la Palestina. Il problema principale, semmai il limite, era però che qualsiasi fosse la terra, bisognava tenere conto di chi ci viveva dentro e farsi accettare da loro cercando una convivenza pacifica con pari diritti.

Vero è che nell’Ottocento nel territorio c’era già una piccola popolazione ebraica (5% della popolazione) che viveva pacificamente da secoli con il resto della popolazione. Così come è anche vero che ci sono degli scritti dei primi sionisti socialisti che avvertono quelli che hanno intenzione di immigrare che in quei territori ci sono delle popolazioni da cui bisogna cercare di farsi accettare e convivere insieme. Il problema era che non subito e non tutti erano d’accordo con l’esigenza di avere uno stato di ebrei, successivamente pensato come ebraico (differenza importante per le sue implicazioni), ma questa esigenza di Stato, che partiva dall’idea che così non sarebbero più stati perseguitati, non teneva conto, per come era pensata, della presenza, della storia e della dignità della popolazione che ci abitava.

È importante considerare altresì che quelli che immigravano dall’Europa inizialmente e dal nord Africa, se non da altri paesi del Medioriente, più che ebrei di ritorno in patria dopo migliaia di anni, in realtà erano stranieri, condizione che smontava la farneticante affermazione di terra promessa. Se si fosse presa in considerazione questa condizione si sarebbe compresa meglio l’esigenza di farsi accettare dalla popolazione residente, cercando la possibilità di una convivenza pacifica e costruttiva che considerasse la diversità una ricchezza, invece di pensare a un proprio Stato esclusivo per non essere più perseguitati.

Si può quindi senz’altro dire che nell’utopia dei pionieri c’era una contraddizione di fondo: l’errore politico e morale, di ignorare la presenza dei palestinesi. Infatti tra gli ebrei immigrati c’era una parte che tendeva ad avere un approccio sociale e umano e altri che invece pensavano già di essere in una terra senza popolo – per un popolo, il loro, senza terra – ciechi nei confronti di chi invece abitava in quella terra da sempre, e altri ancora, di natura più aggressiva e prepotente. Anche fra i palestinesi, ovviamente, c’erano i buoni e i cattivi. Gli ebrei dovevano prima rendersi conto che non erano diversi da quelli che li perseguitavano, in quanto l’essere stati vittime delle persecuzioni non era una condizione sufficiente per essere migliori, ma magari semplicemente necessaria per cercare di capire quale ne era radice, partendo prima di tutto dalla comprensione che non erano le uniche vittime della storia dell’umanità.

Condizione questa difficile ma necessaria perché il Sionismo, inteso come cercare un luogo dove trovare la pace per il popolo ebraico, non poteva prescindere dalla emancipazione dell’uomo che vuol dire non dover pensare a uno Stato di soli ebrei ma di uno Stato di ebrei e palestinesi insieme.

Concetto anche questo difficile probabilmente nel fine ottocento ma che tiene conto  delle considerazioni preziose di Hannah Arendt e di Primo Levi, che sono un invito a guardarsi dentro dopo i tragici eventi della Seconda guerra mondiale e guardarsi dentro significa essere consapevoli che, come esseri umani, dentro custodiamo aspetti o istinti negativi di violenza e peggio ancora.

Quindi dovremmo considerare una impossibile utopia questa condizione necessaria di guardarsi dentro, entrando nei panni gli uni degli altri? Forse sì, ma questo non impedisce che la situazione in cui ci si trova oggi prenda proprio radice da questa difficoltà e che senza questa soluzione sarà difficile arrivare ad una pace giusta soprattutto per il popolo palestinese.

Dall’altra parte la bellissima carta dei diritti dell’uomo scritta dopo i disastri della seconda guerra mondiale, non è nata da un collettivo guardarsi dentro di una parte dell’umanità?

Infine c’è da considerare, in positivo, che ci sono già più organizzazioni, anche se ancora in minoranza, che vedono palestinesi e ebrei israeliani dialogare e collaborare insieme mettendosi nei panni dell’altro ed io penso che forse, se entrambi i popoli fossero disponibili all’ascolto, cosa che con i massacri a cui stiamo assistendo oggi diventa sempre più difficile, la soluzione dovrebbe essere suggerita dai palestinesi israeliani.

Ricordo qui le parole di Ibrahim Abu Ahmad, palestinese israeliano di ventiquattro anni. “Proprio perché siamo palestinesi e cittadini israeliani siamo in una posizione privilegiata. Siamo gli unici capaci di vedere le cose da due prospettive diverse, dal punto di vista israeliano e dal punto di vista palestinese”. Parole che si contrappongono a quelle del fascista Netanyahu: “Se la minoranza palestinese dovesse crescere fino a raggiungere il 35 o il 45 per cento della popolazione, Israele si trasformerebbe in uno Stato bi-nazionale e cesserebbe di essere uno Stato ebraico”.

A parte il razzismo insito in queste parole, in realtà, anche se si arrivasse, attraverso le negoziazioni a una risoluzione di due Stati, se non si chiarisce subito la volontà di arrivare successivamente a un obiettivo di uno stato bi-nazionale, quindi federale, forse i problemi non si risolveranno.

Al di là dei limiti del Sionismo, in conclusione, è inutile parlare oggi di sionismo e antisionismo, termini ovviamente utilizzati con varie interpretazioni, perché lo stato d’Israele ormai c’è, come ci sono anche gli Stati Uniti D’America e l’Australia, che sono anch’essi Stati creati da stranieri in terre dove abitavano altri popoli. Semmai oggi bisognerebbe rinforzare la lotta contro l’imperialismo e il fascismo nazionalista di molti governi, contro i colonialismi ancora in atto, contro i crimini contro l’umanità, che stanno portando il nostro futuro

Sabetay Fresko

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