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TORINO-MILANO BOVISA, SOLO ANDATA.

Quando avevo 17, 18 anni, a Torino, avevo chiare tre cose: non mi sarei sposata, non avrei avuto figli e non sarei mai andata a vivere a Milano.

Poi la vita ti dà la dimostrazione plastica del perché mai dire mai: tre su tre. Sono venuta a vivere a Milano, ho fatto due figlie e mi sono sposata.

Non avevo mai messo piede in questa città, nemmeno in gita scolastica o per far shopping con le amiche (cosa comune, negli anni 90, prendere il treno da Porta Nuova direzione stazione Centrale per andare a fare “le vasche” in via Torino…), ma l’idea che fosse una città frenetica e caotica non mi affascinava nemmeno un po’.

Il 1° maggio del 1996 ho messo piede a Milano per la prima volta e ho dovuto ricredermi.

A gennaio del 1998 sono arrivata in Bovisa con le mie valige e ho messo radici, più di quante non ne abbia avute a Torino, dove avevo vissuto per venticinque anni.

Certo il mio arrivo è stato “privilegiato” in qualche modo: non mi sono ritrovata in un palazzone anonimo abitato da facce anonime ma in un piccolo appartamento nella corte di una vecchia cascina di inizio ‘900, circondata da persone deliziose che sono diventate subito amiche.

La Bovisa è diventata facilmente “casa” perché era ancora un po’ paese: la bottega della via con il commerciante, che alla terza volta che ti vede passare ti saluta; il fabbro che dalla soglia della sua bottega, in via Varè, ti chiede “niente bici oggi?!”. E poi le case di pochi piani, quelle di ringhiera… Ma, come sempre, a far la differenza, sono state le persone.

Persone che qui sono nate e rimaste e che hanno conservato il ricordo di una Milano lontana e di una Bovisa ricca di storia.

La Bovisa non era solo il quartiere di Ermanno Olmi, era un quartiere operaio, con gli stabilimenti della Montedison e con le calze di nylon appese al balcone di sera e ritirate la mattina con i buchi.

Era il quartiere dei campi di lamponi da mandare alla Campari, dei magazzini di costumi della Scala, del cinema Duse.

Ascoltando i racconti degli anziani che ho conosciuto, che mi hanno consegnato quei ricordi, si è creato un legame profondo con questo quartiere che mi fa dire “io di qui non voglio andare via”!

E poi si sa, in Bovisa c’è tutto quello che ti serve: la biblioteca, l’anagrafe, le scuole, il distaccamento dell’ospedale, supermercati, negozi e mercati.

E vogliamo citarlo il tanto blasonato Politecnico? È grazie alla sua presenza se il quartiere, di giorno, si popola e si anima di migliaia e migliaia di ragazzi, provenienti da tutto il mondo.

E poi sempre più artisti e musicisti scelgono questa zona per vivere e produrre la loro arte, un quartiere periferico per molti anni dimenticato e adesso oggetto di una importante opera di riqualifica, tanto da spingere anche la Fondazione Sozzani ad aprire una sede.

La Bovisa non è solo il quartiere in cui ho costruito la mia vita adulta e ho creato la mia famiglia, è anche quella dove ha preso vita la mia “micro impresa”, la mia dimensione artigiana, passando dall’essere creativa pubblicitaria a “feltraia”, migrando da via Morghen a via Candiani, in uno spazio semplicemente meraviglioso.

Feltraia per semplificare un lavoro un pochino più complesso perché io mi occupo di nunofeltro o meglio, realizzo tessuti in nunofeltro. Il nunofelting è una tecnica moderna, di recente invenzione, e sconosciuta ai più ma molto molto “magica”. Con l’uso esclusivo di acqua e sapone di Marsiglia ed una serie di passaggi manuali abbastanza semplici, si legano insieme fibre di lana e un leggerissimo tessuto di seta, ottenendo così un tessuto nuovo.

È un tessuto materico, tattile, ogni volta diverso. Può essere molto caldo e tridimensionale o estremamente leggero ed impalpabile, ma sempre e comunque unico. La destinazione dei miei tessuti è diventare capi d’abbigliamento, gioielli ed accessori unici ed irripetibili.

Talvolta le clienti mi dicono “ma non sarebbe meglio se tu avessi uno spazio in centro, anziché qui in periferia?!”.

Niente affatto, rispondo io.

Io mi occupo di “slow fashion”, di moda lenta, è un’attività artigianale che richiede spazi tranquilli, fuori dal caos e dalla confusione e la Bovisa, per fortuna, riserva ancora molti angoli così.

Invitare le mie clienti in atelier è un motivo in più per portarle a scoprire un quartiere di cui purtroppo si conosce molto poco ma che ha davvero molto da raccontare.

Insomma, direi che ormai non ci sono dubbio: io amo la Bovisa!

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