L’espressione comunità non può che suscitare a ciascunə e tuttə un senso di appartenenza. Non un dato astratto, ma qualcosa che attiene ai sensi, al sentire e al fare, insieme.
Pensando alla comunità del quartiere emergono una molteplicità di persone, volti, momenti e sentimenti legati al vissuto dei luoghi: dal Pride di quartiere alla cerimonia funebre di Davide Ostoni, innovatore sociale e anima della cooperativa Abitare, ai sorrisi dei bambini durante le feste di Via dolce Via animata da una moltitudine eterogenea di cittadini. Ognuno, interrogandosi può collocare il proprio senso di appartenenza in una dimensione più intima o più allargata. Appartenere non è neutro: coinvolge la sfera emotiva. Forse per questo, confrontandomi in questi giorni con mio padre, mio mentore politico, mi ha colpito la sua affermazione secondo cui la politica è profondamente legata ai sentimenti. Un’idea che appare audace, se non incoerente, in un tempo in cui la politica è spesso ridotta a competizione di interessi.
Articolo 1 – Costituzione Italiana
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
Allargando lo sguardo, la parola comunità richiama quella Comunità Economica Europea di scolastica memoria che andava a sostituire Il MEC perché “le cose” le fanno anzitutto le persone prima dei mercati e dei profitti. Per una generazione intera, il viaggio in Europa – dall’Erasmus all’Interrail- ha rappresentato una scoperta concreta di cosa fosse questa “Comunità” nell’incontro con l’altro, di un “fuori” che ci ha interrogati.
Tornando al quotidiano e alla prossimità, varcata la soglia della microcomunità familiare ognuno entra in uno spazio collettivo che esiste indipendentemente dalla nostra volontà. Uno spazio abitato da una pluralità di persone che condividono lo spazio territoriale. E’ in questo intreccio che si costruisce la rete sociale che attraversiamo ogni giorno: il tragitto casa-lavoro, la scuola, lo sport, il tempo libero, l’associazionismo.
La città spesso, sembra favorire un individualismo funzionale: esco, prendo, torno. Eppure, nonostante l’alta incidenza di nuclei monocomponente – come nel Municipio 9 – l’essere umano resta sociale per natura. Varcando la soglia di casa, o lasciando entrare il fuori dentro casa, si genera il “noi”: nella piazza, nel bar sotto casa, all’oratorio, nella libreria, nella bottega di quartiere, nelle associazioni culturali, politiche o di volontariato.
La dimensione associativa è forse l’espressione più libera della partecipazione a una comunità di senso. In città, accanto a realtà consolidate e a nuove esperienze – dai giardini comunitari, alle brigate di mutuo aiuto, fino a luoghi come Rob de Matt, Nuovo Armenia, Il bottegaio Nostrano – si costruisce un tessuto sociale che dà identità a territori urbani in continua trasformazione.
La comunità nasce così da una scelta consapevole di appartenenza, che si innesta nella storia dei luoghi e li trasforma, dal basso. E’ un fare collettivo che genera relazioni, tempo condiviso, progetti comuni. Comunità allora significa uscire dal sé per costruire un “noi” più ampio, assumendosi la responsabilità di partecipare alle realtà che ci circonda.
Nel nostro quartiere questa idea di comunità non è un concetto astratto, ma una pratica quotidiana. Vive nei circoli, nelle associazioni, nei comitati, nei luoghi di socialità, nei volontari che tengono aperte porte e relazioni. Vive anche nelle differenze, nelle fatiche, nelle domande su come abitare insieme uno spazio che cambia. Raccontare la comunità oggi, significa allora interrogarsi su quali legami vogliamo coltivare, su quali esperienze sostenere, su quale “noi” intendiamo costruire. Una domanda che riguarda ciascunə e tuttə ogni giorno, nel modo in cui attraversiamo il quartiere e nelle forme – diverse, grandi o piccole, possibili, plurali – con cui scegliamo di abitarlo.
N’tumba Wa Kalombo Jlunga
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