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IMMIGRAZIONE: MINORI NON ACCOMPAGNATI E ALTRO

Sono Umberto Contro  e mi occupo di insegnamento della lingua italiana A2 (Attestato di conoscenza di base della lingua italiana,  rilasciato da enti certificati – CPIA: Centri provinciali per l’istruzione degli adulti –  tramite esami) agli stranieri e di accompagnare i migranti all’inserimento nel contesto italiano e milanese.

Faccio questo lavoro ormai da più di 20 anni. Ho iniziato a farlo nella Caritas della parrocchia della zona dove abitavo. Poi ho cominciato a insegnare nelle scuole di italiano per stranieri.

Nel 2009 ho fondato l’Associazione Sheb Sheb.

L’Associazione ha un nome arabo che significa sandali, che ha anche un senso pratico,  perché abbiamo fatto parte di un commercio equo solidale di questo tipo di prodotti.

Ha un significato anche simbolico, perché identifica il percorso che le persone fanno per venire in Italia. Il termine è arabo, perché ci rivolgiamo soprattutto alla popolazione araba, in particolare egiziana, residente a Milano.

A Milano, e nella sua area metropolitana, c’è la più grande comunità egiziana d’Europa, con più di 100.000 persone residenti; poi c’è tutta la quota dei non residenti, che potrebbero essere di pari numero.

Per prima cosa, ci occupiamo dell’insegnamento della lingua italiana, che è l’elemento indispensabile e determinante per potersi inserire nella società milanese italiana. Lo facciamo, in modo particolare, coi giovani minori stranieri non accompagnati e con i neo-maggiorenni.

Seguiamo e attiviamo tutti quei processi per favorire e permettere un accesso al lavoro, in rare occasioni al proseguimento degli studi, un inserimento in una cittadinanza attiva di queste persone.

Questo tipo di lavoro lo facciamo su tutta Milano e forse non solo, direi sulla città metropolitana di Milano.

È chiaro che il municipio 9, insieme ad alcune zone del municipio 2 e del municipio 7, sono quelle con la maggior concentrazione di popolazione egiziana a Milano; quindi è una ricaduta normale il fatto che ci sia un’attenzione particolare al municipio 9.

Abbiamo a che fare con persone, ragazzi, il cui arrivo per la maggior parte è irregolare. O via mare, tramite i barconi nel Mediterraneo, o per vie complicate, macchinose, con visti di altri paesi dell’Unione Europea che poi permettono di entrare in Italia, ma con i quali si ricade ugualmente in una situazione di irregolarità; oppure, ancora, a piedi via rotta balcanica, anche se ultimamente questa strada è un po’ diminuita.

C’è inoltre una quota non bassa, direi il 40%, che arriva regolarmente o tramite ricongiungimenti familiari, perché la comunità egiziana milanese ha delle radici abbastanza antiche e vecchie nella città di Milano; o attraverso i decreti flussi e quindi le quote che vengono aperte.

I problemi sono tantissimi.

Partiamo dalla composizione di questa comunità che crea dei problemi in partenza.

Una composizione a stragrande maggioranza maschile, a stragrande maggioranza giovane e di religione musulmana, che sono i tre fattori che attivano tutta una serie di pregiudizi, che rendono difficoltoso l’inserimento, a cui va unita la tendenza del gruppo ad organizzarsi in maniera autoreferenziale su se stesso e quindi a chiudersi in un ghetto. E le due cose si sommano, creando notevoli difficoltà e ulteriori problemi.

Questo riguarda i ragazzi più giovani.

Ormai ultimamente, c’è evidente, una scarsa chiarezza di motivazione del proprio percorso migratorio.

Vorrei approfondire in maniera più precisa questo aspetto.

C’è una fatica ormai recidiva e cronica del sistema di accoglienza per i minori stranieri non accompagnati, neo-maggiorenni, a dare le risposte adeguate al fenomeno.

La tendenza a chiudersi, anche a livello lavorativo, in questo ghetto di sfruttamento, di regolarità lavorativa formale, ma che nasconde un sacco di irregolarità, ha un grande impatto sul sistema socio economico della città di Milano: nel senso che sicuramente la mantiene in piedi. Ma che però non ha assolutamente nessuna possibilità di valorizzare e far crescere le vite e le esistenze di questi giovani.

La conclusione che mi vien da dire, è che serve, serve per formare “schiavi”.

Si dice: “Del resto non me ne frega niente!” perché son problemi che non vogliamo imparare ad affrontare.

Nel momento in cui tu dici che è un ghetto, c’è un orientamento a sfruttare il lavoro di queste persone.

Ma quali sono le motivazioni per le quali queste persone vengono in Italia? Sono di carattere solo economico o ci sono altri fenomeni che incidono? Secondo me i piani sono tre. Il primo è un piano sicuramente economico. C’è una migrazione che dagli anni 90, nell’ottanta per cento dei casi, è alimentata solamente da motivazioni economiche. Perché la situazione di vita in Egitto non è semplice; perché il paese non ha un’economia florida, ha delle situazioni complesse nella gestione del sistema economico e produttivo; quindi la tendenza è quella di uscire per migliorare la propria situazione.

Perché Milano? Sicuramente sono attratti dal fatto che per molti anni, chi è venuto qui,  è riuscito a fare fortuna in maniera notevole. Quindi questo è il primo punto d’attrazione. Attratti da quelle che sono le visioni, soprattutto per i giovani, che i social media danno dell’Italia. Questo è lo stimolo più grosso e sicuramente c’è una parte di fatica oggettiva a vivere nel loro paese e in quel contesto. Però non la chiamerei mai una persecuzione o una situazione che impedisce la libertà di azione della persona, anche se ci sono controlli e repressione di diritti individuali.

E poi questo, secondo me, è normale nei sogni dei ragazzi. È propensione di un giovane andare altrove per cercare di migliorare la propria situazione. Io italiano, col passaporto rosso, posso farlo come voglio, mentre  chi ha un passaporto di un altro colore non può farlo.

Il secondo piano è riferito all’organizzazione da parte del Comune di Milano. E in realtà poi di quella che è la struttura di accoglienza e di permanenza nel territorio italiano di questi ragazzi o di queste persone.

Lo dico senza mezzi termini, la situazione è messa male, e messa male perché?

A fronte di quello che sappiamo, da quello che le persone competenti, i consiglieri, gli assessori ci dicono, che è quella di un’organizzazione, di un’architettura, di un sistema che ha una sua logica di funzionamento e che sembrerebbe essere positiva.

Non ci siamo. Non ci siamo perché siamo in una situazione di cronicità rispetto a questo problema da quando me ne occupo. Quindi se la cronicità dal 2003 – 2004 non è stata risolta, probabilmente non c’è la volontà di risolverla. Nel senso che la questione dei minori stranieri non accompagnati vive i problemi che c’erano nel 2003 – 2004, sia per la loro sistemazione, sia per la comprensione delle loro storie e per la costruzione di un percorso educativo e di inserimento, che sono esattamente gli stessi che continuiamo a vedere.

Oggi la risposta del Comune di Milano è sempre la stessa: sono tanti! E non possiamo occuparci di tutti perché sono tanti. Non abbiamo fondi che vengono dal governo per far fronte a questo problema.

Sicuramente il fatto che non ci siano fondi che vengono dal governo è vero. Ma nel momento in cui abbiamo di fronte delle persone, dei ragazzi, dei giovani, io penso che non possiamo ridurre il tutto a una questione di rivendicazione politica di parte.

In questo modo dobbiamo prima organizzarci per far fronte alla situazione, nello stesso tempo fare un discorso che faccia risaltare che il governo nazionale non dà fondi sufficienti.

Però non possiamo chiuderla a una lotta politica tra parti.

Questo è il punto.

E poi qual è la questione? La questione è che proprio per questi motivi si fa il minimo, si fa il minimo e lo si fa in modo scorretto, perché le procedure formali che gli uffici del Comune portano avanti nel decidere di questi ragazzi sono legalmente scorrette, hanno bisogno di collaborazione di enti, associazioni, perché devono piazzare i ragazzi, sia per l’inserimento lavorativo sia per l’insegnamento.

Per decidere del loro tempo libero però, la richiesta è chiaramente quella di fare la propria parte di associazione, senza andare a cercare di capire qualche cosa di più, qualche problema in più, qualche meccanismo in più, perché nel momento in cui si va a scandagliare dentro i casi, si vedono delle situazioni assurde di disparità di trattamento, assurde per decisioni nei procedimenti prese in maniera arbitraria, che noi come associazioni più volte abbiamo scoperto palesemente illegali e soltanto nel momento in cui si riesce a fare un intervento con persone competenti, che potrebbe far saltar fuori una questione, allora il servizio risolve giocando in difesa. Questo vuol dire che è consapevole di agire in modo carente e errato, vive del fatto che vuole lasciare i partner a fare il loro pezzettino di lavoro e basta e vive del fatto che altre realtà, a cui si appoggia con convenzioni e accordi, sono all’interno del sistema e quindi ne condividono il funzionamento.

Il minore straniero non accompagnato viene accolto e indirizzato, gli viene dato un posto dove dormire, eccetera, ma aspetta. All’interno di questo discorso. qual è la funzione dei funzionari? Diciamo che lavorano dentro gli uffici del Comune, rispetto a questo tipo di bisogni?

Allora io la metterei così.

Quello che dovrebbe succedere è quello che succede realmente nei vari passaggi. Il minore straniero non accompagnato è presente sul territorio. Si autodenuncia minore straniero non accompagnato o da solo o facendosi aiutare da qualcuno. Nel momento in cui si autodenuncia dovrebbe essere preso in carico immediatamente. Essere presi in carico vuol dire provvedere immediatamente a vitto e alloggio. La risposta dell’istituzione a fronte della richiesta è: non abbiamo posto a sufficienza.

Quindi c’è un filtro, c’è un filtro che procede non secondo delle norme, ma secondo delle regole che ci si è dati per prassi, per conoscenza della situazione, per cui si dice: certe nazionalità hanno parenti qui, allora non diamo precedenza all’accoglienza, perché tanto… Sappiamo che hanno un posto dove dormire, perché le osservazioni che vengono fatte sono: hai visto chi ha i capelli tagliati freschi o le Nike… vuol dire che qualcuno gliele ha date, quindi non ha bisogno di un posto dove dormire… e si dà la precedenza ai casi disperati, perché ci sono casi disperati e quindi quelli hanno maggior diritto di accoglienza sugli altri, che sono considerate persone più normali.

Il filtro è fatto in questo modo e non tanto i funzionari, ma gli assistenti sociali di turno, al filtro agiscono così. Ed è difficile, se non in casi particolari, di ragazzini molto piccoli, di ragazzini trovati direttamente in situazioni di difficoltà dalle forze dell’ordine, che il collocamento avvenga appena il ragazzo viene denunciato presente nel territorio.

La legge prevede che bisogna provvedere subito alla collocazione: se non lo si fa, questi ragazzi rimangono in giro settimane e devono ripresentarsi al filtro giornalmente, per settimane, prima di trovare una collocazione.

I posti non sono sufficienti, però non si cerca di crearne di più.

Non si può lasciare ai sentito dire o al mi sembra che sia così, o all’impressione personale.

Quella di fare un filtro è una scelta di chi accoglie o non accoglie.

Questo è il primo passo.

Il secondo passo è la prima accoglienza.

Dalla situazione di emergenza forse adesso le cose migliorano.

Se azione di emergenza vuol dire mettere ragazzi giovani in posti con i requisiti minimi, solo per dargli un posto dove dormire e dove mangiare e dove iniziare a regolarizzare la propria posizione documentale.

Ci sono stati per anni enormi centri, dove stavano in una palestra, come in via Aldini, 60 ragazzi separati dagli armadi mobili. Ci stavano, non il tempo minimo, che potrebbe identificarsi in poche settimane.  Per trovare una soluzione ci stavano mesi, anni qualcuno.

La dinamica è quella che crea un ghetto pessimo, dove situazioni di devianza crescono e vengono alimentate, dove si creano meccanismi mafiosi tra i ragazzi; dove gli operatori non riescono più a intervenire di fronte alle dinamiche che si sono create all’interno, se non appoggiandosi alle forze di pubblica sicurezza per gestire i problemi.

Forse ora questa situazione sta migliorando, anche se è ancora attiva la parte minori stranieri non accompagnati di casa Jannacci, che però è un grosso problema. Perché un dormitorio è un luogo adatto? Un dormitorio per adulti è un luogo adatto dove ospitare minori stranieri non accompagnati? Secondo la legge no, però viene fatto.

Poi si passa in prima accoglienza dopo la situazione d’emergenza e considerando che, fortunatamente, sono pochi i ragazzi che vengono sotto i 15 anni.

Vediamo chi passiamo in prima accoglienza quando siamo alla soglia dei diciott’anni. E allora, siccome la legge prevede al massimo la possibilità di stare sei mesi dopo i 18 anni, è chiaro che il percorso formativo del ragazzo è compresso in pochissimo tempo. Ed è gestito sia dall’assistenza sociale che li ha in carico, sia dalle comunità, in modo molto burocratico. Bisogna raggiungere degli obiettivi per far vedere formalmente che si è fatto tutto e allora la scuola, automaticamente, dopo i primi mesi in cui è l’unica cosa che fa il ragazzo, passa in secondo piano.

Perché bisogna inserirlo lavorativamente. L’inserimento lavorativo è una pezza, perché molto spesso è un tirocinio sottopagato. Che non ha la possibilità di essere convertito in contratto di lavoro, per cui toglie il ragazzo dalla scuola, lo manda al tirocinio, dove non si guadagna quasi niente, rimane senza comunque un lavoro fisso dopo, salvo rari casi. Quindi l’importante è che al raggiungimento dei 18 anni e sei mesi tutti questi passaggi siano fatti.

E il permesso di soggiorno? Che possa essere convertito in permesso di soggiorno in attesa di occupazione da lavoro subordinato.

C’è poi una piccola quota che va in prosieguo amministrativo, cioè alla tutela prolungata a ventun’anni.

Se le condizioni prime per cui il proseguo viene dato sono chiare, perché comunque è un figlio che viene ricongiunto alla famiglia: viene dato dal Tribunale dei minori e le motivazioni ci sono.

Poi come viene portato avanti questo tempo di proseguo è un mistero. Nel senso che abbiamo prosegui che rimangono aperti, di ragazzi che si siedono in comunità, belli, comodi e fanno un po’ di lavoretto e un po’ di devianza, un po’ di lavoretto un po’ di devianza e il sistema li mantiene in questa situazione.

Magari ci sono casi invece di inserimento lavorativo. Economicamente redditizio ma in circuiti di sfruttamento; in circuiti per cui sarebbe bene che il ragazzo rimanesse agganciato al sistema e non venisse ghettizzato. Si guarda la busta paga e si dice esci: con 1.200 € di busta paga, esci e basta. Chiudo il proseguo perché non hai più bisogno di niente.

Oppure situazioni più particolari, che non vengono esaminate con la dovuta attenzione, ma si tende a scaricare dicendo: ormai quello che dovevamo fare l’abbiamo fatto, ci importa solo che i documenti siano a posto.

Quindi qui arriverei a dire: incapacità di guardare al singolo, incapacità di scoprire strade nuove, incapacità di mettersi in gioco per vedere veramente qual è il bene del ragazzo.

A un certo punto è la burocrazia che vince e quindi si risolve solo in quel modo lì.

E secondo me questa è proprio una questione di sistema.

Che vuol dire il ruolo del funzionario. Il funzionario risponde a dei funzionari superiori o dell’assessorato, a cui interessa solo che la forma sia inattaccabile. Cosa è successo dietro non importa.

Allora c’è la possibilità del discorso delle devianze.

Questi ragazzi, tra virgolette, diventano a volte manodopera per la droga, piuttosto che per altro genere di cose. Sono probabilmente anche, come dire, attratti dai loro coetanei italiani, perché questi c’hanno la macchina, bevono l’aperitivo, eccetera eccetera, e quindi tendono ad avere una forma di invidia -emulazione,  e tramite lo spaccio o il furtarello, hanno le disponibilità per potersi vestire in un certo modo, “divertirsi” e sentirsi inseriti.

Da parte delle forze dell’ordine si prendono questi ragazzi e li si butta, che so, nel CPR, piuttosto che in situazioni dove comunque si perde completamente l’ipotesi di dare loro degli indirizzi, o di riportarli dentro una vita, tra virgolette, normale. Questi ragazzi nel CPR non ci possono finire perché sono minori. Quindi questi ragazzi dove finiscono? Al Beccaria.

Di fronte a una percezione di una situazione di devianza in aumento, la necessità è di far vedere alla cittadinanza che si dà risposta. Negli ultimi anni, anche grazie alle leggi che favoriscono il carcere per i minori, l’atteggiamento delle forze di pubblica sicurezza è la retata a strascico.

Nel senso che, di fronte a una situazione di devianza criminale, tutto il consesso che sta intorno al minore, gli altri minori, sono tutti messi dentro la stessa situazione. Uno ruba la collanina ed è con sei persone.

Sono sette le persone che finiscono al Beccaria.

Questo è come si comporta la polizia da un paio d’anni a questa parte. Quando finiscono al Beccaria, vuol dire che non posso espellerli.

Stanno al Beccaria tutto il tempo. Il Beccaria è sovraffollato e, lo sappiamo dalle cronache, in una determinata situazione come pensate che esca un ragazzo di 17 anni dopo 6 – 7 mesi? Esce con l’aggressività per fare molto di peggio di quello che aveva fatto e per cui ci era finito.

Era finito lì soltanto perché insieme alla persona sbagliata in quel momento. Quindi creiamo un problema ancora peggiore, distruggiamo ulteriormente delle vite.

Perché è importante capire che questi ragazzi minori o neomaggiorenni non possono andare al CPR, venire rimpatriati. Secondo me, vista questa. confusione di scelta migratoria e visto il fatto che, con le modalità opportune il paese, l’Egitto, non è che è privo di possibilità di lavoro, credo che un lavoro di accompagnamento alla coscienza di sé e alla possibilità. di un rientro in patria con una prospettiva, potrebbe essere una scelta su cui lavorare, che molti ci tornerebbero.

Invece il meccanismo è.ottuso. Sembra quasi che dobbiamo per forza metterli nella condizione di restare qui. Ma perché dobbiamo metterli, per forza, nella condizione di dover restare qui?

Se il lavoro di accompagnamento mi porta a dire che forse è meglio che torno a casa. Se ci arriviamo insieme è un bene.

Invece l’impressione è: o delinqui o fai lo schiavetto e non rompermi … arrangiati, perché chissà cosa c’’hai in testa.

Se guardiamo i casi, capiamo le situazioni. Forse una buona metà li potremmo rimandare a casa, rimpatriandoli, ma costruendogli le opportunità per inserirsi a casa.

L’associazione si rende conto, in una maniera o in un’altra, se questo minore teoricamente potrebbe ritornare a casa, piuttosto che potrebbe fare il parrucchiere, il pasticcere, il pizzaiolo, il falegname, magari proseguire qui gli studi interrotti.

La struttura pubblica, del Comune, dello Stato, non riesce, nonostante la presa di coscienza da parte di un’associazione, a dare gli strumenti per aiutare queste persone. A eventualmente rientrare, o a trovare collocazioni qua, fuori da quello che è lo sfruttamento nei cantieri, piuttosto che in tutti gli altri luoghi.

È una cosa che non mi riesco a spiegare, perché qui non abbiamo ne un gioco, ne la mancanza di risorse.

Si tratta di avere il tempo e la capacità di dialogare, perché molto spesso,  non si chiedono soldi, si chiede di dialogare su una situazione e questa disponibilità non c’è.

Secondo me c’è una scarsa competenza del personale, che non è competente sul settore, non è competente in materia e che quindi applica un protocollo. 

Un sistema molto chiuso, che ha interesse a salvaguardare se stesso, piuttosto che sperimentare cose nuove, che poi aprono una serie di punti di domanda e di responsabilità: “Perché me le devo prendere?”.

Questa è la strada. Io porto avanti questa strada. Fuori da questa strada non sono fatti miei.

Si percepisce anche, come sia un servizio estremamente chiuso in se stesso, con cui è difficilissimo parlare. E quando parli è estremamente burocratizzato. A me sembra proprio che ci sia poca competenza e conseguentemente alla poca competenza, il non coraggio, la non volontà di mettersi in gioco.

Ancora, chi sono le associazioni che si occupano dei posti in cui questi ragazzi vengono messi a dormire e a mangiare?

C’è in qualche modo un controllo, una valutazione, un qualcosa che garantisca comunque che all’interno di quel contesto ci sia un’attenzione, piuttosto che no. Teoricamente e sicuramente le procedure di accreditamento dei vari enti per poter ospitare i ragazzi, vengono rispettate e vengono date secondo quelli che sono i termini di legge.

Però poi è un circolo vizioso, nel senso che il Comune ha bisogno di posti. Avviene l’accreditamento: l’ente – cooperativa, associazione,  Fondazione – che da l’accoglienza, ha il coltello dalla parte del manico, perché eventuali criticità porterebbero i ragazzi a non avere un posto. Il Comune avrebbe la responsabilità di trovarne altrove, per cui è molto connivente rispetto alle mancanze dell’ente, in quanto ha paura del fatto che se perde un ente accreditato rischia di trovarsi i ragazzi per strada.

L’ho visto chiaramente: l’assistente sociale del ragazzo, sia perché ne ha 120 in carico a operatore, sia per il motivo che ho detto, è succube della Comunità, che fa il bello e il cattivo tempo.

L’Assistenza sociale non si muove quasi mai contro la Comunità, perché sennò potrebbe avere dei problemi concreti nella gestione dei ragazzi, proprio per l’alloggio. E allora è tutto corretto.

Però la situazione fa sì che poi l’ente che ospita incida, nel bene e nel male, sulla vita dei ragazzi, perché è in posizione di forza nei confronti del Comune di Milano.

Questi enti sono parte, quasi tutti, del terzo settore. Molti sono laici, pochi sono religiosi, che hanno tanti posti, Anche lì sarebbe necessario, probabilmente, un maggiore controllo.

Concludo raccontando un po’ questa vicenda di un ragazzo. Abbiamo preso in carico nel 2024 la vicenda di un ragazzo che, chiaramente, era in una situazione anomala rispetto agli altri. Ha avuto la capacità di esprimere il fatto che il suo percorso era una migrazione forzata, che è un punto di forza enorme, perché moltissimi altri non elaborano, non hanno il coraggio di dirlo.

Da quel momento è stato preso in carico, per aiutarlo a raddrizzare questa situazione traumatizzante. Abbiamo fatto tanta fatica perché tutto quello che chiedevamo alla Comunità e al Comune di Milano, non era il percorso che si fa di solito e quindi abbiamo dovuto prendercene la responsabilità da maggiorenne. Responsabilità edulcorata dal fatto che il ragazzo è maggiorenne, perciò non la tutela formale.

Siccome il sistema, formalmente, non riusciva a rispondere alle nostre richieste, pensavamo che con un po’ di fantasia e di creatività ci si sarebbe riusciti. Ma formalmente non riuscivamo.

Abbiamo dovuto prenderlo in carico.

Abbiamo portato avanti una progettualità di studio, chiamiamola così.

Il primo obiettivo era il completamento del percorso di studi nel suo paese. Contemporaneamente abbiamo attivato, in qualche modo, un percorso di sensibilizzazione da parte sua, che aveva maturato la coscienza dell’associazione migratoria verso i suoi compaesani nel paese d’origine. Quindi abbiamo messo in piedi un progetto, che noi avevamo già in mente,  in cui il ragazzo è capitato proprio nel momento giusto.

Una scuola di italiano in Egitto, che desse un livello di lingua per aprire dei canali di ingresso regolare per piccoli gruppi di persone, soprattutto per studi.

Il ragazzo si è impegnato molto in questo progetto, soprattutto con l’attività di mediatore culturale concreta, nel primo gruppo-classe che abbiamo formato in Egitto.

La scuola statale ci ha aiutato. Il CPIA  ha aiutato l’associazione in tutti i sensi a portare avanti il progetto.

Per fare ciò abbiamo dovuto prendere un appartamento in affitto. E, per fare ciò, abbiamo ampliato il progetto. Non a un ragazzo, ma a tre che vivono il loro ultimo pezzettino di avviamento all’autonomia in questo appartamento.

Sembra tutto perfetto ed effettivamente non c’è nessun problema reale che faccia dire che la cosa abbia dei punti deboli che la fanno fallire.

Il problema si pone quando questi ragazzi si interfacciano all’ente pubblico. E’ importante che questi ragazzi siano ancora in proseguo amministrativo, perché hanno bisogno di completare il loro percorso di autonomia, soprattutto di scelta.

Però io mi trovo con nell’appartamento quel ragazzo di vent’anni, che qui  ha un contratto di lavoro in nero. Ed ha una incapacità di gestire la sua situazione economica, per cui non è preciso. Che rimane a proseguo aperto.

Quindi interesso il Comune di Milano perché io non riesco a interfacciarmi con l’assistente sociale per dirimere la questione, non riesco ad assistere. Non mi risponde.

A me vien da dire, che probabilmente non vuole un problema, vuole aspettare che il tempo passi.

E mi trovo invece con un ragazzo che sta facendo un percorso virtuoso, in cui mi si fanno le pulci burocratiche dicendo “Eh, ma sta troppo in Egitto, come si fa a rinnovare?” …”Però gli obiettivi sono raggiunti, quindi noi il proseguo lo chiudiamo”.

Si capisce la discrepanza della situazione?

Il mio auspicio è che se sappiamo guardare questi ragazzi persona per persona, proviamo a non mettere le procedure davanti ai ragazzi, ma i ragazzi davanti alle procedure.

Anche perché probabilmente, con un po’ di creatività, le procedure le possiamo interpretare e superare, orientare come vogliamo.

Sarebbe tanto, perché il fatto di avere un sottobosco sfruttato, semi deviante, o dei ragazzi consapevoli della loro scelta, fa la differenza.

Cioè, non posso avere un ragazzo furbetto coperto e un ragazzo virtuoso di fronte all’out-out: o te ne vai in Egitto, o fai lo schiavetto come gli altri. Non ci sta un ragionamento del genere.

Per superare questo tipo di cose si riesce, in una maniera o nell’altra, intendo dire come associazione. O viceversa è un muro.

Secondo me da una parte l’associazione, anche perché fortunatamente l’Associazione ha tanta gente che la sostiene dal punto di vista ideale. Come? Come servizio di volontariato. Magari anche un pochettino economicamente e deve andare avanti per i fatti suoi, senza pensare di doversi appoggiare all’ente pubblico, perché così riesce a portare avanti la sua idealità e i suoi obiettivi.

Dall’altra parte si richiederebbe all’ente pubblico una posizione un poco più aperta al confronto, non una posizione in partenza sulla difensiva. Questo dovrebbe essere soltanto e non è una richiesta di soldi.

Non è una richiesta di leggi e una richiesta di cambiamento di approccio. Cioè, io ti ascolto e mi metto in gioco, non è che so tutto io perché sono l’ente pubblico. Finché mi vai bene vai bene, sennò mi metto sulla difensiva, tanto devo solo essere a posto.

È una cosa minima, però probabilmente complessa da far passare.

Finisco raccontando un po’ più in dettaglio che cosa stiamo facendo in Egitto, con la scuola.

Sono stati selezionati in una zona rurale, una quarantina di chilometri a nord del Cairo, governatorato della regione di Kaliubia, città di Tuckh, dodici ragazzi tra i 18 e i 21 anni, che stanno o concludendo l’istruzione superiore di livello preparatorio all’università in Egitto, o hanno iniziato l’università, che seguono un corso online di italiano, convenzionato con il centro provinciale.

E’ una proposta per adulti – persone con età di 18 anni o più – con l’obiettivo di portarli ad ottenere il livello A2 di conoscenza della lingua italiana.

Il corso è online e la lezione è frontale, di un docente con un gruppo-classe che sta fisicamente in un’aula. I docenti sono in Italia e nell’aula in Egitto c’è un mediatore culturale che si occupa dell’aspetto organizzativo e che mi ha aiutato nella ricerca e nella selezione dei ragazzi.

Si occupa dell’aspetto logistico e fa da mediatore, da traduttore.

A breve, più o meno a fine giugno, i ragazzi verranno esaminati dal CPIA, in Egitto; e avranno la certificazione.

A quel punto vogliamo inserirli in un percorso di studi universitari qua in Italia, a Milano, partendo da un numero piccolo che può essere quello di 5 6 persone.

Questo è il punto di partenza. Il punto di forza è la migrazione regolare, per studiare, non per lavorare. E poi sappiamo che la lingua italiana è la lingua più studiata, la lingua straniera più studiata in Egitto.

Sappiamo che ci sono percorsi di formazione anche a livello statale della Farnesina. Però rivolti tutti in ambienti ristretti urbani del Cairo, o di zone che non sono le zone rurali da cui i ragazzi partono,.

Noi siamo andati a cercarli nelle zone da dove c’è più desiderio di partire. Quindi questi sono i tre punti forti.

Umberto Contro: Associazione Sheb Sheb

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